Depress Mode: ansia e solitudine da social network

Fabrizio Salvetti
Pubblicato da Fabrizio Salvetti
il 13/05/19 13.15
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La ricerca è recente ma l'esperienza di moltissime persone in tutto il mondo lasciava intendere da tempo che ci fosse un legame fra abuso di social network e senso di solitudine.

Con un'analisi su 143 persone (il task prevedeva solo 10 minuti al giorno da dedicare ai social) un team dell'University of Pennsylvania, ha popolato una casistica in grado di mettere in relazione benessere e frequentazione dei social network. Le conclusioni dello studio (il primo a essere ritenuto completo e affidabile) sanciscono che la limitazione imposta: "ha generato riduzioni significative nel senso di solitudine e negli stati depressivi".

Le conclusioni? Il suggerimento dei ricercatori è quello di non passare oltre 30 minuti al dì fra "like" e "condividi".

 

Il fenomeno-limite: Internet Addiction Disorder

L'Internet Addiction Disorder è una forma di dipendenza (veniva studiata già negli anni Novanta, risale infatti al 1995 la definizione di Pathological Internet Use) che, come qualsiasi altra dipendenza, porta conseguenze quali craving (che nelle internet-dipendenze è il bisogno improvviso e irrefrenabile di collegarsi), isolamento sociale per arrivare a causare problemi economici lavorativi e coniugali. Le conseguenze individuali sono disastrose, il costo sociale altissimo. In Cina lo scorso anno si contavano 24 milioni di "addicted" fra gli adolescenti, ragazzi incapaci di pensare la propria vita a cellulare spento. Web e social network possono quindi agire come una vera e propria droga.

 

I social network e i meccanismi fisiologici della ricompensa

Nello spazio di un social network è possibile apparire come la proiezione di ciò che si vorrebbe essere. Per i timidi è più facile parlare, per chi si sente "escluso" è più facile sentirsi "incluso", anche grazie alla mancanza dell'interazione vis-à-vis che potrebbe mettere in imbarazzo. Manca, in questo modo, il rifiuto, sostituito dai feedback positivi. Ogni "like" corrisponde a un rinforzo dei meccanismi di ricompensa. Il tutto funziona in maniera tale da produrre dipendenza perché un "like" genera dopamina, la dopamina induce benessere e causa un senso di gratificazione, i circuiti cerebrali deputati all'analisi razionale vengono inibiti e dopo un po' si è – letteralmente – vittima dei social senza più essere in grado di ragionare.

 

Senso di solitudine e depressione da social network

FOMO (Fear Of Missing Out) è uno dei fenomeni nocivi della social addiction. Se non si è connessi, se non si fotografa il piatto del ristorante, se non si aggiorna lo stato, se non si controllano le notifiche, ci si sente smarriti, fuori dal mondo, esclusi dalle relazioni. C'è bisogno di spiegare che questo è patologico?
L'assenza di interazioni reali, in cui sono coinvolti tutti i sensi, alla lunga fa perdere l'abitudine alla naturalezza delle relazioni, surclassate dal loro simulacro virtuale. Succede poi che, distanti da tutto, ci si trova soli, senza un abbraccio, senza lo sguardo diretto di una persona, e si crolla.
Instagram in particolare è sul banco degli imputati perché l'ostentazione continua di vite "da copertina" rischia di far sentire non all'altezza. Qui, allora, si innescano stati depressivi, autosvalutazione e malessere.
Anche il profilo cognitivo ne risente, calano la concentrazione, la capacità di svolgere compiti complessi, l'attenzione, il rendimento intellettuale.

Chi lavora sui social, quali responsabilità deve accollarsi?

Come tutte le agenzie, anche noi in Mediaus lavoriamo sui social network. Ma quali sono le nostre responsabilità? Il nostro lavoro contribuisce a far crescere i danni delle dipendenze?

Consapevolezza, equilibrio, ragionevolezza. Queste sono le tre risposte a tutti i dubbi.

  1. Bisogna essere consapevoli che la dipendenza è un fenomeno umano (addirittura gli animali possono, essi stessi, sviluppare dipendenza). Un tabagista è potenzialmente più sottoposto a diventare dipendente dal web. La consapevolezza di questo fenomeno universale, deve far parte del bagaglio professionale di ogni social media manager o di ogni player dei social
  2. Ehi, tu, social media manager, sei in grado di spegnere lo smartphone per 2 giorni? Se ce la fai significa che hai equilibrio, se non ce la fai significa che soffri di IAD e che non sei la persona più indicata per fare il tuo mestiere. Chi si farebbe prescrivere una dieta da uno specialista che soffre di disturbi alimentari (non risolti)?
  3. Ragionevolezza, quella che serve per operare con giudizio. Porsi un limite, un confine etico-morale da non oltrepassare mai quando si progettano azioni social per conto di un cliente. Ci sono meccaniche di gioco – tanto per fare un esempio - che stimolano in maniera eccessiva le sfere deboli della personalità; generano vanity-metrics ma bisogna avere la lucidità intellettuale per scartarle a priori. Non si può, per capirci, chiedere ai fan adolescenti di una scarpa sportiva che ha suole extra-grip, di sfidarsi in un contest sull'equilibrio, spingendo subdolamente a oltrepassare a ogni post il limite del pericolo.

Andiamo quindi sui social, diffondiamone l'uso, ma contemporaneamente facciamo informazione, diffondiamo un'educazione al loro uso "sano". O noi, che operiamo nel settore, ci accolliamo questa responsabilità (che idealmente va a costituire il punto 4 dell'elenco riportato sopra) o inevitabilmente qualcuno imporrà di scrivere su ogni smartphone "Nuoce gravemente alla salute". Sappiamo che la frequentazione equilibrata dei social aiuta e non ostacola le relazioni, troviamo quindi un limite, aiutiamo tutti a trovarlo, ne gioverà la collettività in termini di benessere e tranquillità, ne gioverà pure la nostra coscienza.

Ok, adesso stacca tutto, spegni qualsiasi device, fai un giro all'aperto e domani, solo domani condividi questo articolo.

Si parla di: dopamina, web addiction, craving, meccanismi di ricompensa, FOMO (Fear Of Missing Out), FOMO, internet addiction, dipendenze, droga, Internet Addiction Disorder, Pathological Internet Use, digital detox

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