Addio a Luke Perry: fenomenologia della commozione sui social

Fabrizio Salvetti
Pubblicato da Fabrizio Salvetti
il 05/03/19 17.13
Find me on:

Era, suo malgrado, l'icona di un machismo vecchio stile, una versione moderna de "l'uomo che non deve chiedere mai". Luke Perry, morto ieri, è stata una figura nodale nel decennio degli anni Novanta, quando da protagonista ombroso e maledetto della serie Beverly Hills 90210, ha popolato i sogni di milioni di adolescenti. Paradosso vuole che da adulto (aveva 24 anni all'epoca del telefilm)abbia interpretato un sedicenne ma che, da cinquantenne, in barba alle rughe dell'età, non abbia mai oltrepassato quella fase anagrafica, divenendo poco credibile nell'interpretazione di personaggi in sincrono con la sua età. Un destino che lo accomuna ad altri personaggi diventati popolarissimi grazie a un solo ruolo e incasellati per sempre in una zona anagrafica dell'immaginario popolare o in una tipologia fissa di personaggio. Perry adesso riposa in pace ma una generazione intera comincia ad amarlo di nuovo, con la doppia tristezza dovuta alla perdita dell'attore ma anche alla constatazione di quanto sia, irrimediabilmente, lontana l'età giovanile.

La commozione di massa

Google Trends ci mostra come (dati Italia 2004-2019) nell'ultimo quindicennio, se si eccettuano un paio di picchi fra il 2006 e il 2007, nessuno lo abbia cercato su Internet. Adesso, ovviamente, il suo nome è in testa a tutte le charts di ricerca. Una popolarità improvvisa che parte dal ricordo ma anche da altri bisogni. Una popolarità che si esaurirà al massimo in 2 settimane. Analizzando i dati di trend delle ricerche su altri personaggi illustri che ci hanno lasciato quali David Bowie, Davide Astori e Fabrizio Frizzi, scopriamo infatti che i picchi di ricerca si esauriscono (al massimo) in una decina di giorni. 10 giorni e poi il tram-tram della vita quotidiana riporterà alla situazione di prima, salvo anniversari o speciali iniziative ad hoc. Nel frattempo sembra esserci una gara a celebrare Perry, più colloquialmente "Dylan" (nome del suo personaggio nella fiction), e a far sapere quanto possa aver contato per la propria vita.

Perché si ama un personaggio famoso

Un personaggio famoso si ama perché si ha bisogno di un riferimento con cui identificarsi, un feticcio che possiede caratteristiche che si pensa di non avere e che si vorrebbe avere. Amando e idealizzando un personaggio, magari imitandone gesti e look, è come se il personaggio stesso sostituisse la nostra identità. In altri casi il personaggio famoso che si ama diventa quel riferimento psicologico di cui si ha bisogno in assenza di genitori disposti al dialogo, in altri è un fenomeno adolescenziale che aiuta a crescere, in altri ancora diventa un vero e proprio partner (ideale) con un'erotizzazione del rapporto di ammirazione.

Perché si piange (sui social) un personaggio famoso

Esternare l'affetto, il rimpianto, il proprio amore per un personaggio famoso che è morto e farlo attraverso i social, può tradire un bisogno narcisistico di autorappresentazione ma può anche essere il tributo genuino a qualcuno che si è (per il significato relativo che la parola può avere) amato per davvero. Altro bisogno è quello di sentirsi parte di un gruppo: di fronte alla morte tutto si appiana e ci si sente più uniti, succede in famiglia e può accadere anche nella dimensione mondiale dei social network.

Le funzioni del pianto

Il pianto ha una funzione che è fisiopsicologica e al contempo sociale. Sotto il profilo fisiologico e psicologico, piangere allenta la tensione muscolare che si può concentrare nella zona facciale, allentando la tensione muscolare si attua un effetto distensivo anche sotto il profilo psicologico. La funzione sociale del pianto è – probabilmente – quella di "chiamare a sé" le persone che ci circondano. Chi soffre commuove e le persone sono portate a stare vicino a coloro che soffrono, abbracciando, consolando, accudendo. Una persona che piange desta l'attenzione non solo delle altre persone, ma anche dei cani. La funzione sociale del pianto non è quindi "evolutiva" ma relazionale.

La commozione nell'era dei social

Interessante ciò che asserisce Chiara Dolce nel saggio Lacrime universali, lacrime culturali: "L'essere consegnati al dolore senza mediazione culturale se non quella corporea della lacrimazione", la studiosa afferma ancora che piangere: "segnala una situazione eccezionale dell’esistenza ordinaria della persona […]non è, non può essere la normalità esistenziale. È fatto eccezionale". Piangere non può essere la regola, il tono "normale" della vita non è il pianto; piangere è qualcosa di extra-ordinario. Ecco allora che la commozione social-style di fronte alla morte di un personaggio famoso, pur sentita, non è mai davvero profonda e fa cadere nell'oblìo l'oggetto stesso della commozione in una manciata di giorni, come un topic che vive un picco di popolarità e viene poi risucchiato nel dimenticatoio. La commozione per un amico "reale" e che viene a mancare, dura più a lungo e in alcuni casi non passa mai.
Il punto è però, forse, un altro: la commozione social-style è sintomo dell'incapacità di commuoversi per davvero, nella vita reale? Se al pianto fatto di lacrime e disperazione, iniziamo a sostituire una rappresentazione social della commozione, stiamo perdendo un tratto fondamentale (e fondante) della nostra identità umana: la sofferenza. Non si è mai sazi – fermo restando il bisogno di "elaborare" un lutto e proseguire nel percorso della propria vita – del ricordo di qualcuno che si è conosciuto e amato in maniera autentica, un campanello d'allarme relativo a quanto detto sopra è proprio questo: quando le persone si stancano di ricordare e celebrare un defunto, significa che (indipendentemente da cosa avevano postato sui social) l'amore non era poi così profondo. Possiamo allora domandarci quanto a lungo ancora i tifosi di calcio accetteranno di ricordare Davide Astori prima di cominciare a dare i primi segnali di insofferenza.

Si parla di: social network, pianto, commozione, lutto, piangere, sofferenza, morte

Hai letto il post? CONTATTACI
Vuoi commentare questo articolo?

Ultimi post

Si parla di...

Visualizza tutto